Vitangelo Moscarda, lo scopre per caso. Una mattina qualsiasi, sua moglie gli fa notare che il naso gli pende un po' verso destra. Roba da niente. Eppure basta quel "lievissimo difetto" per fargli crollare il mondo addosso. Perché se lui non si era mai accorto di quel naso storto, vuol dire che gli altri vedevano un Moscarda completamente diverso da quello che lui credeva di essere.
Comincia così l'ossessione. Si guarda allo specchio e non si riconosce. Scopre che per ciascuno dei conoscenti, degli amici, della moglie, esiste un Moscarda diverso. Cento, mille Moscarda. E lui? Lui non sa più qual è il vero. O forse, il vero non esiste. Forse è solo uno che gli altri si sono inventati, e lui per primo ci ha creduto. Allora decide di distruggere quell'immagine. Una per una, comincia a demolire le centomila versioni di sé che gli altri hanno costruito. Si comporta in modo assurdo, imprevedibile, scandaloso. Regala i soldi della banca ereditata dal padre, si mescola ai poveri, dice quello che pensa. Ma più cerca di essere autentico, più gli altri lo giudicano pazzo. E forse lo è. Forse la vera follia è credere di essere qualcuno.
"Non c'è più modo di fermarsi", dice Moscarda. E infatti non si ferma. Va fino in fondo, oltre ogni limite. Perde tutto: la moglie, la casa, il nome. Finisce in un ospedale per poveri, e lì, finalmente, trova la pace. Senza più dover essere nessuno, senza più doversi guardare allo specchio, senza più quel "io" che lo tormentava.
Moscarda impara a vivere, ma a modo suo. Ogni giorno si sveglia nuovo, senza ricordi, senza progetti, senza nome. Guarda le nuvole, il vento, le cose che passano. E non dice più "io". Perché lui, ormai, non è nessuno. O forse, per la prima volta, è tutto.